OWASP Pubblica la Top Ten delle Minacce

La OWASP ha pubblicato di recente la Top Ten delle minacce  per la sicurezza ritenute maggiormente critiche.

La “OWASP Top 10 2010” (prelevabile cliccando qui; file in formato PDF) si propone come un valido aiuto per professionisti e realtà aziendali. L’obiettivo è quello di diffondere una maggiore consapevolezza sulle minacce informatiche e favorirne una più corretta gestione.

Di seguito le problematiche che OWASP menziona in ordine di importanza: vediamone in breve il significato.

Injection Flaws (in 2° posizione nel 2007)
Si chiama “SQL injection” una particolare pratica di hacking che mira a colpire applicazioni web che si appoggiano a DBMS (ad esempio, Access, SQL Server, MySQL, Oracle e così via) per la memorizzazione e la gestione di dati. L’attacco si concretizza quando l’aggressore riesce ad inviare, semplicemente usando il browser, alla web application una query SQL arbitraria. Anche in questo caso, quando l’input non viene opportunamente filtrato, l’interrogazione SQL ricevuta in ingresso dalla pagina web, potrebbe essere “agganciata” alla query effettuata a livello server dall’applicazione web. I risultati possono essere drammatici: l’aggressore, nel caso in cui l’attacco vada a buon fine, può essere in grado di alterare dati memorizzati nel database, aggiungere informazioni maligne nelle pagine web dinamiche generate a partire dal contenuto della base dati, modificare username e password.

Cross Site Scripting (XSS) (in 1° posizione nel 2007)
Una vulnerabilità XSS si presenta nel momento in cui un’applicazione prenda in carico i dati ricevuti in ingresso reinvindoli poi al browser web senza operare una validazione dell’input o senza codificarlo in alcun modo.
Malintenzionati possono sfruttare falle XSS per eseguire script nocivi attraverso il browser web dell’utente, sottraendo dati di autenticazione, invocando il download di malware, modificando porzioni del sito web visitato.

Broken Authentication and Session Management (in 7° posizione nel 2007)
Le credenziali di autenticazione e i “session token” sono spesso non adeguatamente difesi.
Un “session token” è un identificatore univoco, solitamente prodotto nella forma di un valore di hash, che viene generato ed inviato dal server al client in modo tale da stabilire la corrente sessione di lavoro. Il client memorizza ed invia il token come un cookie HTTP trasmettendolo come parametro nelle query GET e POST.
Un aggressore può sfruttare le “lacune” nella gestione di questi dati per modificare password, chiavi od assumere identità altrui.

Insecure Direct Object Reference (in 4° posizione anche nel 2007)
Il problema di sicurezza si verifica nel momento in cui lo sviluppatore esponga in chiaro dei riferimenti ad oggetti-chiave come file, directory, database, chiavi. L’aggressore potrebbe manipolare questi riferimenti per accedere ad altri oggetti senza alcuna autorizzazione.

Cross Site Request Forgery (CSRF) (in 5° posizione anche nel 2007)

Si tratta di un attacco che si concretizza inviando ad una applicazione web delle richieste sfruttando le autorizzazioni di un utente “trusted”, ad esempio una persona che abbia effettuato il login su un determinato sito web.
Supponiamo che l’utente Bob sia loggato su un sito web di una banca e che, non effettuando il login, egli acceda – ad esempio – ad una pagina web dove il malintenzionato Mallory ha pubblicato un messaggio. Il messaggio preparato da Mallory contiene, ad esempio, una tag html IMG che fa riferimento ad uno script residente sul server della banca di Bob.
Visitando la pagina “dannosa”, Bob potrebbe quindi inconsapevolmente dare il via ad un’operazione che lui non ha richiesto.
Ecco perché è sempre consigliabile effettuare il logout da qualsiasi servizio online si stia utilizzando.
Un esempio su tutti? La vulnerabilità CSRF scoperta dal ricercatore Petko D. Petkov a fine 2007 all’interno del servizio Google GMail.
In alcune schermate dimostrative pubblicate sul sito Gnucitizen.org, Petkov illustrò una possibile forma di attacco: “nell’esempio, l’aggressore prepara un filtro aggiuntivo che permette di estrarre le e-mail con allegato e le inoltra ad un altro indirizzo e-mail di sua scelta”, dichiarò il ricercatore. Un attacco potrebbe innescarsi nel momento in cui l’utente visiti un sito web maligno, opportunamente sviluppato per far leva sulla lacuna di sicurezza, rimanendo loggato al servizio GMail. Il sito maligno avvierà poi quello che Petkov definisce “multipart/form-date POST“, un comando che può essere impiegato per caricare file, inviandolo all’application programming interface di GMail. L’aggressore avrà la possibilità di “iniettare” un filtro personalizzato a quelli usati da GMail.
La vittima dell’attacco sarà costantemente “sotto scacco” (la sua posta elettronica, nell’esempio, continuerà ad essere inoltrata a terzi, a sua insaputa e senza la sua autorizzazione) finché il filtro “maligno” sarà presente nella scheda Impostazioni, Filtri del servizio GMail. Google, da parte sua, comunicò poi di aver risolto il problema.

Security Misconfiguration (non in classifica nel 2007)
Una configurazione lato server sicura è sempre la chiave di volta per non avere problemi di sicurezza. I software installati debbono essere sempre mantenuti aggiornati e le impostazioni di applicazioni, framework, software server, database server e sistemi operativi vanno sempre revisionate per accertarsi della loro adeguatezza.

Insecure Cryptographic Storage (in 8° posizione nel 2007)
Le applicazioni web raramente utilizzano funzioni critografiche che aiuterebbero a proteggere nel modo più opportuno dati e credenziali di accesso. Gli aggressori possono sfruttare dati protetti in modo debole per rubare l’altrui identità o condurre attività criminose.

Failure to Restrict URL Access (in 10° posizione nel 2007)
Un aggressore potrebbe essere in grado, sfruttando diverse tecniche, di accedere ad URL che dovrebbero restare segreti e protetti ma che non sono stati adeguatamente difesi dall’amministratore.

Insufficient Transport Layer Protection (in 9° posizione anche nel 2007)
Molte applicazioni non cifrano il traffico di rete allorquando ciò risulterebbe necessario per difendere informazioni sensibili.

10° Unvalidated Redirects and Forwards (non in classifica nel 2007)
Le applicazioni web reindirizzano frequentemente il browser verso altre pagine od altri siti web. Talvolta il dato relativo alla destinazione non viene sottoposto ad un’adeguata attività di validazione. In questo modo, può capitare che gli aggressori siano in grado di reindirizzare le vittime verso siti contenenti malware o pagine utilizzate per attacchi phishing.

Fonte