Cyberwar, la vera arma Terrostica!

Cronache di quei giorni raccontano che dopo il suo hacking show al World Economic Forum di Davos, il direttore generale della Wto, Pascal Lamy, sia corso a telefonare al banchiere di fiducia per verificare che il suo conto fosse in salvo.
Stretto in un abito nero di raso, capelli ingelatinati e occhiali in stile Matrix, l’ex pirata informatico Paul “Pablos” Holman ha spiegato alla platea dei leader mondiali dell’economia che ci vuole meno tempo a rubare il codice di una carta di credito che a uscire da un parcheggio difficile. Mentre i suoi video su come trasformare tv d’albergo in telecamere per spiare nelle stanze degli ospiti spopolano su YouTube, Pablos gira il mondo parlando di sabotaggio e pirateria.
Sorride pensando a come è cambiata la sua situazione in meno di 10 anni: «Per tanto tempo gli hacker hanno lavorato nei sottoscala delle università con T-shirt larghe e occhiali spessi – racconta Pablos dal suo loft di Seattle – “Craccavamo” i programmi e le password per accedere a software più potenti ma, in fondo, eravamo solo nerds capaci di fare un po’ di soldi con il pc».
Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 hanno segnato un punto di svolta. «La sicurezza è diventata un problema per tutti. Governi e aziende hanno cominciato a stanziare budget sempre più cospicui per lavorare su privacy e codici: a partire dal giorno dopo gli attacchi ho ricevuto decine di offerte di lavoro».
Gli hacker sono così usciti dal sottoscala, hanno messo la giacca e timbrato il cartellino da consulente d’alto profilo. «Quelli che prima erano piccoli crimini legati al mondo dei pc sono diventati una questione di sicurezza nazionale».
A distanza di un mese dallo scontro aperto tra governo cinese e Google, che ha visto scendere in campo perfino il ministro degli Esteri Hillary Clinton, Pablos è convinto di una cosa: siamo entrati nell’era della cyberwar, la guerra digitale. «Da sempre a chi esercita il potere interessa il controllo della terra e i computer sono la nuova terra; tra l’altro violare un sistema informatico è molto più facile che attaccare uno stato, e oggigiorno ha molto più valore». Hacker come soldati. «Per un pirata informatico non c’è molta differenza: bisogna trovare il problema, comunicarlo e risolverlo. Prima lo facevano con informazioni riservate di privati e di aziende, ora sono informazioni di governo».
Secondo Pablos la chiave sta nel controllo dei pc bugs, i difetti legati all’hardware e al software: «Gli stati lottano attraverso la segretezza dei sistemi. Se un paese trova un difetto di funzionamento dovrebbe comunicarlo e invece diventa un segreto di stato. Più informazioni hai sulla fragilità del sistema più lo controlli».
È convinto che le persone applichino alla cyberwar lo stesso atteggiamento che usano per la sicurezza quotidiana: «Spesso non si accorgono che la loro posta elettronica è stata violata o la carta di credito clonata, oppure lo scoprono solo a conto prosciugato… Così accade con la guerra digitale: nessuno se ne è accorto ma la guerra è in corso».
Alla fine di gennaio, 600 esperti di sicurezza digitale provenienti da 14 paesi hanno discusso al Center for Strategic and International Studies di Washington di un imminente cyberattack sottolineando che i due paesi che rischiano di più sono nell’ordine Stati Uniti (36%) e Cina (33%). Quello di Pechino è per Pablos un discorso a parte: «I cinesi vivono da sempre l’hacking come uno strumento di lotta politica: se prima le loro operazioni andavano contro Taiwan e il Giappone, adesso si sono spostate verso gli Stati Uniti, nemico economico numero uno di Pechino, ma non è detto che siano controllate direttamente dal governo perché il patriottismo cinese, dunque la difesa dei valori della Repubblica, è insito in ognuno di loro».
Spiega che la quasi totalità delle infrastrutture americane è in mano ai privati e questo rende difficile «coordinare l’intervento politico». Pablos, che da hacker è diventato un “futurologo” esperto di venture capitalism creativo, ha ancora una fede totale nella tecnologia. Fa parte di un newtork chiamato Intellectual Ventures, con base a Washington Dc, che si occupa d’«investire in innovazione». Tra le invenzioni finanziate dal gruppo (a cui la Harvard Business Review dedica 10 pagine nel numero di marzo) ci sono un reattore nucleare “pulito” con il Mit di Boston, tecnologie anti-malaria per la Fondazione Gates e un laser contro le zanzare.
Il team aiuta quegli “smanettoni” che all’arruolamento nella cyberwar hanno preferito il business: «Gli esperimenti più geniali degli ultimi tempi, uno su tutti Facebook, vengono da giovani smart che non hanno soldi e idea del mondo degli affari: noi lavoriamo per loro. Sai quante idee buone non partono per mancanza di soldi?».
Guardando al “lato buono” della tecnologia, come si investe in innovazione? «Le aziende più avanzate sono quelle che si occupano di software, in particolare di applicazioni web, e ci riescono perché sono nuclei piccoli in grado di avere pieno controllo su tutto il processo creativo e produttivo».

Il “futurologo” è convinto che questo modello valga anche per le grandi aziende: «Il nostro motto è try to sell fast, cerca di vendere il più in fretta possibile, e se il team è piccolo e attento il gioco è fatto». Pablos crede che l’Italia, per la sua conformazione industriale, possa rappresentare un’isola d’innovazione in Europa: «C’è una grande tradizione di creatività, dall’arte classica al più recente design, e la struttura delle piccole e medie imprese consente possibilità maggiori di sperimentazione».
L’ex hacker, che ammette di avere una «grande storia di fallimenti alle spalle», spiega che, nonostante la crisi, in America continua a esserci una cultura del rischio più funzionale all’innovazione, mentre «in Europa la società è vecchia, le aziende sono troppo legate al pubblico e alla burocrazia». L’inventing capital salverà il mondo? «Un sistema capitalistico basato sull’innovazione accelera il progresso tecnologico e così può solo migliorare la realtà».
Lo spettro di una guerra digitale non riesce a scalfire la fede nel progresso né tanto meno il suo credo 2.0: «Non si può dare una direzione a internet. La rete è come una città guardata dall’alto, nonostante cartelli e sensi unici non saprai dove vanno le persone. Proprio le città che s’illudono di avere i migliori masterplan sono le peggiori, guarda le megalopoli brasiliane». È c chiaro che sotto la camicia da conferenziere, batte ancora il cuore anarchico dell’hacker.

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